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Regione Calabria |
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| Gizzeria - (Gizzeria) |
Gizzeria, sorge sul versante tirrenico e si affaccia nel Golfo di Sant'Eufemia dove è sorto il centro balneare di Gizzeria Lido. Non vanta origini remote, pur essendo parte di un comprensorio archeologico di notevole importanza. Le sole notizie certe della prima costituzione del paese non vanno al di là del periodo Bizantino. Molto controversa è, anche, l'etimologia del toponimo Gizzeria. C'è chi lo ritiene derivante dal greco Izwsios = essere collocata. La forma Izaria è, invece da ricondurre alla migrazione albanese. In epoca normanna il nome era stato, al contrario, Yussaria. Da Izaria derivò successivamente Jzaria (1510), poi mutatosi, per ragioni fonetiche, in Jazzaria o Jizzeria. Il nome attuale è in uso dal 1753. Il cenobio, che sorgeva su un terreno appartenente ai Cavalieri di Malta, ha avuto dapprima una sua vita autonoma, durata fino a quando Roberto il Guiscardo, latinizzandolo, la concesse alla famosa badia benedettina di Sant' Eufemia. Intorno a questa comunità, si sviluppava così il primo nucleo dell'abitato di Gizzeria, un paese che non avrebbe avuto però un'ulteriore sviluppo se non fosse stato rinvigorito dall'apporto di alcuni profughi albanesi, venuti nell'Italia meridionale per domare la rivolta dei baroni calabresi, capeggiata da Antonio Centelles, il quale si era ribellato al re di Napoli Alfonso I di Aragona. Le truppe albanesi, guidate da Demetrio Reres, inviato appositamente dall'eroe nazionale Scanderberg, contribuirono valorosamente a riconquistare la Calabria. Stabilitosi, infine, il Reres a Reggio, furono i suoi compagni a fondare, tra il 1448 e il 1450, Gizzeria e numerosi altri paesi della provincia di Catanzaro. I primi coloni albanesi, quasi tutti poveri e poco rispettosi dei vicini e del potere feudale, per procurarsi da vivere furono costretti a fare scorrerie per le campagne che davano luogo a continui reclami da parte delle popolazioni danneggiate. Solo quando fu loro preclusa ogni speranza di poter rientrare nella loro terra d'origine, l'Albania, essi furono obbligati ad accettare il vassallaggio dei Cavalieri di Malta. Alla fine del '700, e dall'avvento dei Francesi, il paese sembra scuotersi da torpore, riservando una buona accoglienza ai reparti dell'esercito rivoluzionario, salvo poi a ricredersi nel 1806, quando Gizzeria accolse a fucilate quei Francesi che dovevano rimanervi per tre anni. Nel '48 è segnalata la presenza di diversi gizzerioti nella battaglia dell'Angitola, nel corso della quale avrebbero dato buona prova del loro valore contro le milizie borboniche. Anche una cellula mazziniana vi sorse e prosperò, animata precipuamente da Antonio Miceli e da quell' Alessandro Toja, che ritroveremo poi tra i "mille" di Garibaldi. Le sole vestigia di tale percorso storico sono costituite dagli edifici di culto e dai pochi palazzi medio-alto borghesi, con qualche ricerca di ornamentazione ricalcante moduli "neoclassici". Gli albanesi avevano portato nelle nuove terre, assieme alla lingua, le loro tradizioni, i loro costumi, i loro usi. La comunanza con altre famiglie venute da altre zone della Calabria, in particolare dopo i due disastrosi terremoti del 1638 e del 1783, gli scambi commerciali, le relazioni, i matrimoni con gente dei paesi vicini, modificarono notevolmente il carattere della popolazione, preparando la progressiva scomparsa dell'idioma arbëresh. Durata fino a tutto l'800, oggi la lingua albanese non è più ricordata ed una piccola traccia rimane solo in qualche singola parola, mentre sopravvive, con qualche variante, il tradizionale costume femminile. L'intensa attività di bonifica, preparata dal governo nel 1928 e rivolta alla completa valorizzazione dei terreni dissestati idrogeologicamente, sottopose, infatti, la Piana di Santa Eufemia, acquitrinosa e fonte continua di malaria per i pochi abitanti (in tutto 200), ad un opera di risanamento. Ripristinato, così, l'equilibrio naturale della pianura, il governo fascista costruì anche il nuovo villaggio di Santa Eufemia, edificato secondo gli schemi dell'architettura del tempo con una pianta ottagonale e con una piazza nella quale convergevano otto strade e attorno a cui gravitavano le nuove strutture. |
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| Pizzo - (Pizzo) |
Fede e leggenda, storia e folklore sono le note caratteristiche di Pizzo, con le sue case che, dal promontorio, digradano dolcemente verso il mare; con le sue tipiche viuzze medievali; con il suo maestoso Castello, costruito da Ferdinando I di Aragona nel 1486 e dove fu fucilato nel 1815 Gioacchino Murat, che aveva tentato di liberare il Meridione da il giogo dei Borboni. Lungo la spiaggia di Piedigrotta è poi possibile ammirare la splendida chiesetta, scavata nel tufo di una grotta naturale e costruita, per ringraziare la Madonna, da un gruppo di marinai sopravvissuti ad un naufragio. Un'ultima sosta è d'obbligo per degustare il famoso tartufo gelato. |
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| Catanzaro - (Catanzaro) |
Sorge sul versante ionico di una fascia montuosa di raccordo tra la Sila a nord e le Serre a sud, nel punto più stretto della Calabria in corrispondenza cioè, del golfo di Sant'Eufemia sulmare Tirreno e del golfo di Squillace sul mar Ionio. La città è prossima ( circa 10 km ) al litorale ionico ed alla via litoranea, ed è interessata anche da una trasversale (stradale e ferroviaria ) di collegamento tra i due mari; si allunga su un rilievo delimitato dagli alvei profondamente incassati di due torrenti, il Fiumarella ed il Musofalo. Catanzaro contava 22.378 abitanti nel 1861 e 32.005 ad inizio secolo. Da 45.400 abitanti nel 1936 è passata a 59.969 nel 1951, a 74.037 nel 1961 ed a 86.284 nel 1971. Lo sviluppo demografico è stato quindi molto intenso, contrariamente alla tendenza generale del territorio,nel quale non si ha un incremento, ma anzi si registra uno scarto notevole tra popolazione residente e popolazione presente dovuto alla forte emigrazione, anche stagionale. Nell'economia cittadina ha ancora un certo peso l'agricoltura ( commercializzazione e trasformazione dei prodotti del luogo: cereali, barbabietole da zucchero, ortaggi, frutta, olio, vino, oltre alle produzioni zootecniche e forestali ), mentre la struttura industriale è polverizzata in piccole aziende ed appare estremamente fragile. Il settore di maggiore spicco è quello edile e dei materiali per l'edilizia ( laterizi e cemento ). Catanzaro poggia sul crinale di un colle altoe accidentato, ed è attraversata per tutta la sua lunghezza dal corso Mazzini, un'ampia via leggermente sinuosa sulla quale prospettano numerose costruzioni tardo ottocentesche. Fondata dai bizantini intorno al secolo IX, Catanzaro fu eretta a contea normanna e quindi da Federico II concessa in feudo ai Ruffo. Finita in dote ( 1444 ) ad un ambizioso catalano di Sicilia, Antonio Centelles, che fomentavarivolte baronali contro i sovrani aragonesi, si liberò dai partigiani di costui e ciò le valse, da parte di Ferdinando I, la concessione di ampi privilegi destinati ad incrementare l'arte della seta, che aveva già una solida tradizione e per la quale la città divenne famosa in tutta Europa. Altri episodi da segnalare nella storia di Catanzaro sono la tenace resistenza opposta ai francesi del maresciallo Lautree nel 1528, l'occupazione napoleonica fortemente contrastata dai catanzaresi e, dopoilritorno dei Borboni, l'elevazione della città a capitale della provincia Calabria Ulteriore I ed a sede della gran Corte Civile della Calabria, trasformata dopo l'unificazione del Regno, in Corte d'Appello. Durante il Risorgimento, Catanzaro fu uno dei più attivi centri, nel Regno di Napoli, della carboneria. Nel 1971 la scelta di Catanzaro come capoluogo della Calabria e sede degli organismi regionali provocò un'acutissima contesa con Reggio Calabria, degenerata in episodi di aperta violenza. Per risolvere i contrasti il consiglio regionale calabrese decise di erigere Catanzaro a capoluogo e sede della Giunta, mentre Reggio Calabria venne destinata a sede dell'assemblea regionale. |
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| Amantea - (Amantea) |
Amantea è una interessente e bella cittadina, molto frequentata come stazione balneare.
Le sue origini sono antichissime: il nome deriva dal latino Amantia, ma il centro esisteva forse precedentemente all'epoca romana. Devastata dai Saraceni, ebbe un ruolo importante nelle guerre tra Aragonesi e Angioini.
Fedele alla dinastia borbonica, fu centro dell'insurrezione calabrese contro i Francesi, da cui fu assediata e presa per fame nel 1806. La lunga storia di Amantea ha fatto si che arrivassero fino ad oggi una moltitudine di bellezze architettoniche a testimonianza delle genti che abitarono questi luoghi. Il Castello si trova sulla sommità pianeggiante del colle roccioso, con versanti dirupati, che sovrasta l'antico abitato. Presenta un impianto costruivo a base quadrilatera con due lati cinti da un fossato e con un ponte in muratura che ne permette l'attraversamento; gli altri due lati sono a picco sui dirupi scoscesi. Possiede quattro torri angolari di cui la più antica è quella circolare a base scarpata. Le prime opere difensive risalgono al periodo arabo. Nel tempo il castello fu più volte restaurato, riadattato e ampliato.
La Chiesa Convento San Bernardino da Siena, è un edificio religioso di grande bellezza architettonica rianimato dall'assidua frequenza dei fedeli e reso luogo di intensa spiritualità dopo il recente insediamento dei Frati Minori Conventuali. Il complesso monastico costituito dalla chiesa e dal convento dotato di chiostro e corsie è uno degli esempi più rilevanti dell'architettura tardo-gotica in Calabria. Fu edificato nel 1436 su un sito collinare fuori le antiche mura per accogliere i frati Minori Osservanti. Sulla facciata a cuspide della chiesa si notano gli incavi dove erano collocati i bacini di ceramica disposti a forma di croce: preziosi lustri ispanici medievali di origine islamica decorati da motivi ornamentali, scene, figure ed intrecci di trame coloratissime che evocano la calda luce d'oriente.
Amantea comprende una parte in pianura, lungo la costa, fra rigogliose colture di agrumeti, e una parte antica disposta su di un colle allo sbocco della gola di Catocastro. |
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| Parco Nazionale del Pollino - (Cosenza - Matera - Potenza) |
Con i suoi 192.565 ettari, il Parco Nazionale del Pollino è la più grande area protetta d’Italia tra la Calabria e la Basilicata, capace di offrire i paesaggi più svariati. Grandi aree wilderness dove il pino loricato - vero emblema del Parco- si abbarbica alle pareti di roccia mentre il vento ne modella la forma contorta, accanto ai paesaggi dolci delle valli, dei declivi lussureggianti di fiori a primavera, dei pianori estesi dove ancora si pratica la pastorizia antica.
A est e a ovest l’orizzonte incontra il mare, raggiungibile in breve tempo pur se da grandi altezze. Alla solitudine delle cime più alte, dominate dal volo maestoso dell’aquila reale, fa da contrappunto la realtà diffusa del paesaggio antropico: piccolissimi paesi dove ancora le donne anziane indossano il costume tradizionale, accanto a centri abitati più grandi, punti di riferimento per importanti iniziative culturali di richiamo. In questo territorio resistono tenacemente nuclei di cultura, lingua e tradizione arbëreshe (italo-albanese), accanto ai segni archeologici delle dominazioni che vi si sono succedute nel corso dei secoli.
Visitare il Parco Nazionale del Pollino diventa così un’esperienza che mette insieme più ragioni: trovare una natura insolita e per molti aspetti ancora selvaggia, confrontarsi con la cultura, gli usi, il folklore delle genti meridionali, conoscere un’area protetta tesa a valorizzare le proprie risorse e capace di offrire al visitatore innumerevoli possibilità per godere di una vacanza all’insegna della bellezza paesaggistica, del gusto della scoperta, del piacere del tempo ritrovato.
La programmazione ambientale del Parco è indirizzata prioritariamente alla salvaguardia delle risorse naturalistiche che sono numerose, preziose e talvolta rare: il capriolo autoctono di Orsomarso, il lupo appenninico, l’aquila reale, il pino loricato. Lo sviluppo basato sulla conservazione mette in atto specifiche azioni per proteggere la diversità dei sistemi naturali, la loro ecologia e biologia, le loro funzioni e per assicurare l’uso sostenibile delle risorse rinnovabili, garantendo una capacità di carico ambientale in equilibrio con le possibilità e i limiti della Natura.
In quest’ottica, sono previste, accanto agli interventi di tutela, iniziative volte a promuovere la crescita economica delle popolazioni residenti, con incentivi e sostegno ad attività compatibili con l’ambiente. Nella stessa direzione vanno la realizzazione del Marchio per il Parco, l’agricoltura biologica, almeno un intervento in ogni comune per realizzare case parco, centri visita, eco-ostelli, totem informativi. Soprattutto ai giovani sono indirizzate sollecitazioni e proposte perché individuino nell’area del Parco le possibilità per investire in piccola e media impresa, per attivare società di servizi, per cimentarsi nelle tante nuove professioni che possono nascere con la presenza del Parco Nazionale.
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| Capo Vaticano - (Capo Vaticano) |
Ricco di storia, Capo Vaticano vanta tra i suoi visitatori Ercole, Enea e Ulisse, mitici naviganti che prima di sfidare lo Stretto, temibile per i suoi mostri e le sue sirene, amavano qui sostare per chiedere i consigli del vate. Ed ecco spiegato il suo nome, che appunto indica il "luogo del vaticinio". Lo scenario è uno dei più belli del mondo: situato tra il golfo di Gioia Tauro e quello di S. Eufemia, consente di ammirare all'orizzonte le isole Eolie, tra cui spicca Stromboli con il suo baffo di fumo. |
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| Castrovillari - (Castrovillari) |
Le prime tracce di vita umana nel territorio di Castrovillari risalgono al periodo neolitico e riguardano una serie di reperti rinvenuti nelle grotte di Santo Jorio. Più tardi, tra il lX e VIII secolo a.C. ecco comparire nell’area di Bello Luco, ai piedi del santuario della Madonna del Castello, posta a triangolo sulla confluenza del Fiumicello e del Coscile, una serie cospicua di vasellame, da far risalire all’età del ferro e pertinente in gran parte ad una necropoli non meglio identificata. L’espansione della cultura romana fu favorita da un fiorente sistema viario nel quale si inseriva la Popilia-Annia, la strada consolare che conduceva da Capua a Reggio, costruita a partire dal II secolo a. C. In epoca molto successiva, spesso sui resti di queste fattorie romane, si sono insediati altri nuclei produttivi che sono giunti fino a noi e che sovente nascondono, in angoli remoti, i ricordi del loro lontanissimo passato. Straordinariamente conservato risulta essere l’edificio conosciuto come S. Mauro, destinato a chiesa nel Medioevo, ma in realtà mitreo pertinente sempre ad una villa romana, databile al II-III sec. d.C. Ma se la via Popilia fu veicolo di civiltà fu anche la strada seguita dalle orde barbariche che dilagarono in ogni angolo dell’Impero, e così anche in Calabria dove misero tutto a ferro e fuoco, facendo calare le tenebre su una storia per noi già frammentaria. Recenti scavi della Calabria hanno messo in luce due necropoli in località Celimarro, una delle quali sicuramente longobarda. Un centro abitato che viene assediato dai Normanni nel 1064, ai quali la popolazione oppone una valida resistenza per qualche tempo, soggiacendo poi alle ragioni del più forte.Dopo pochi anni, nel 1094, il feudatario della città Guglielmo di Grant-Mesnil si ribella a Ruggero Borsa duca di Puglia ed è di nuovo la guerra con un nuovo assedio, raccontato dal cronista normanno Goffredo Malaterra. Si inserisce in questo periodo la leggenda del ritrovamento dell’Immagine della Madonna del Castello, la cui chiesa mostra sul lato orientale le possenti mura contraffortate, nelle quali si aprono due finestre di stile protogotico, che danno alla costruzione l’aspetto di una chiesa fortificata. Ma anche il figlio di Guglielmo, Roberto, indocile come il padre, tenta la rivolta nel 1129 finita con l’ennesimo assedio dopo il quale il feudo di Castrovillari passò alla diretta dipendenza della Corona Normanna. I rapporti fra gli ebrei e i francescani è probabile che non fossero idilliaci; infatti nel 1264 Pietro Catin, sorpreso mentre tenta di convertire la moglie di un facoltoso mercante ebreo, viene ucciso calcandogli sulla testa un elmo infuocato. Da allora il frate, anche in seguito ad una serie di miracoli, venne dichiarato beato e coprotettore di Castrovillari. Episodi di eroismo religioso si erano avuti già nel 1227, quando dal convento erano partiti sette frati, tra i quali tre di Castrovillari, che giunti a Ceuta, in Africa, furono decapitati per aver predicato la fede cristiana. Dalla seconda metà del XV secolo Castrovillari cambia spesso feudatari anche se questi pare che non abbiano mai messo piede nel loro dominio. Infatti, nonostante Ferrante avesse dichiarato che Castrovillari dovesse essere demanializzata "perchè era terra de importatia a lo Stato nostro", per esigenze sopravvenute la infeudò a Mase Barrese, nell’anno 1462, il quale la tenne per poco meno di due anni, finchè, caduto in disgrazia, il Ducato passò dopo qualche tempo a Sancia Borgia e poi nel 1504 a Giovanni d’Aragona che lo mantenne fino al 1507, epoca in cui tornò al demanio reale, dal quale fu prelevato da Carlo V il 28 ottobre del 1521, per essere consegnato a Giovan Battista Spinelli, conte di Cariati, per la somma complessiva di 28 mila ducati. Con la vendita agli Spinelli ha inizio per Castrovillari un periodo denso di tribolazioni causate dalla famiglia feudataria che non brillava certo, nè per essere accomodante, nè per essere munifica verso i centri di cui era signora. Scarsissime sono infatti le tracce del suo passaggio plurisecolare, interrotto solo da una breve parentesi tra il 1581 (o 1579) e il 1610, quando Castrovillari passò nei domini di Nicola Bernardino Sanseverino. Non uno stemma, non un’opera d’arte donata alle chiese parrocchiali; gli unici ricordi sono i continui balzelli e le liti giudiziarie davanti ai Tribunali di Napoli per far valere i diritti dell’Università cittadina, contro una prepotenza proterva e senza limiti. Scarse e poco importanti notizie riguardano il XVIII secolo e bisogna attendere la fine di questo per avere le prime novità. Il 1799 è l’anno della Repubblica Partenopea, della guerra sanfedista e dell’inevitabile repressione borbonica. In quell’anno a Castrovillari si innalzò l’Albero della Libertà, si cantò, si ballò in suo onore e si uccise il malvisto agente feudale Domenico Cappelli. Nel 1806, l’arrivo dei Francesi e delle leggi consacrate dalla Rivoluzione del 1789 portò in tutto il Regno una ventata di innovazioni. Dapprima l’eversione della feudalità e poi la soppressione degli ordini monastici, resero libere grandi estensioni di terreno, accaparrate dalla ricca borghesia emergente, che si sostituì in tutto e per tutto alla vecchia nobiltà, spesso acquisendone anche i titoli. Parte di questa borghesia francesizzante prese poi parte attiva ai moti del Risorgimento che porteranno ad una serie di processi politici durante i quali saliranno alla sbarra, imputati per lesa maestà, uomini come Carlo Maria L’Occaso, storico; Giuseppe Pace, futuro colonnello dei Garibaldini;Giuseppe Salerni, Dionisio Baratta, Michele Bellizzi e tanti altri che pagarono la loro sete di libertà con l’esilio e con anni di carcere duro a Nisida e a Ventotene. ll 1° settembre 1860 Garibaldi fa il suo ingresso trionfale a Castrovillari pavesata a festa, prendendo alloggio a Palazzo Pace, dove fu accolto dalla madre di Giuseppe Pace, Maria Baratta, che aveva subito il carcere borbonico. Il giorno seguente viene celebrato un solenne Te Deum nella chiesa della SS. Trinità, portata a termine da pochi anni e che accoglierà dopo circa sei anni le spoglie mortali del colonnello Pace, morto a soli 39 anni di febbri malariche.Il 21 ottobre, sotto la presidenza di Vittorio Principe si svolge il plebiscito per l’Unità d’Italia con il risultato scontato della vittoria del nuovo Stato e da allora, in un certo senso, la storia di Castrovillari si confonde con quella del resto della penisola. Il processo di unificazione verrà oscurato da episodi di brigantaggio che avvengono così spesso da rinverdire i ricordi delle carneficine del periodo dell’occupazione francese; dall’ emigrazione di tante, troppe persone con la loro diaspora verso l’America, e dalla complessa Questione Meridionale. Attiva la partecipazione alle guerre coloniali, alla Prima Guerra Mondiale ed alla Seconda dei Castrovillaresi, che vedono parzialmente ridotta in macerie la parte più antica del loro luogo natìo dai bombardamenti alleati del 1943. |
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| Marina di Gioiosa - (Marina di Gioiosa) |
Distesa al sole in una conca, con la sua quasi unica spiaggia dorata ed il mare azzurro e trasparente, sonnecchia Marina di Gioiosa Ionica.
Per secoli legata alla storia di Gioiosa superiore, diviene Comune a sè nel 1948. Le sue origini storiche come insediamento romano sono dimostrate dai resti del teatro. Eretto nel II sec. d.c., anche se di capienza limitata, ha una sua utenza, e ciò avvalora l'ipotesi dell'esistenza di un aggregato di ville romane o di un villaggio.
E' di importanza archeologica la cavea perchè invece di essere ricavata su un pendio naturale come teatri greci (esempio quello di Locri) è costruita dall'uomo con materiali vari. Oltre la cavea, divisa in cinque cunei da tre scale, esistono avanzi della scena e dell'orchestra. Nelle immediate vicinanze vi era un complesso termale latino, oggi completamento scomparso. Con i materiali di recupero del complesso termale e con quelli del vicino teatro è stata costruita nel 1550 la torre Cavallaro (detta anticamente di Spina).
Sono gli Spagnoli i primi padroni della torre, essa si compone di due parti raccordate da un cordone di pietra, la parte inferiore è a scarpa con forma più massiccia, la superiore è più armoniosa, con coronamento merlato e con una fenditura a monofora stretta con archetto a tutto sesto. Essa fa da sentinella all'arrivo dal mare di navi saracene e turche e fa parte di un sistema di allarme assieme alla torre Galea ha un aspetto più importante, infatti è molto più grande, a pianta quadrata con due torrioni ingentiliti in cima da mensole in granito e con una entrata controllata da un pontile.
La cittadina di Marina di Gioiosa ha un aspetto moderno con vie larghe, viali e un bel lungomare e come tutti i Comuni della Locride che si affacciano sullo Jonio vive un'estate turisticamente intensa. Molti sono i suoi alberghi, pensioni è ristoranti che offrono un soggiorno gradito al turista, con un clima mediterraneo, un arenile vasto e un mare stupendo. Ovunque si possono gustare piatti tipici, in particolare quelli a base di pesce, freschissimo.
Le pianure più conosciute sono Torre Galea, Spilinga, Porticato. La maggior parte della popolazione vive nelle verdi vallate con riflessi argentei intorno a questa città. |
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| Roccella jonica - (Roccella jonica) |
Nota cittadina della provincia di Reggio Calabria, centro di villeggiatura estiva, distinta nella parte medioevale, collinare, e nella parte moderna, sul mare.
Le sue origini, risalgono al tempo delle prime colonie della Magna Grecia. II suo nome primitivo fu Amphysia, citata da Ovidio nelle Metamorfosi. Intorno all'anno 1000 essa prese il nome di Rupella, in seguito mutato in Arocella cioè "piccola rocca". Nel suo dialetto odierno si notano ancora voci del sostrato della lingua greca, in Iinea di massima la sua storia seguì quella di Locri, la forte polis repubblicana che dominava da Capo Zeffirio alla odierna Allaro. Infine al tempo della espansione di Roma verso il sud della penisola, anche Roccella come la stessa Locri, fu presa ed incorporata nel dominio romano.
Percorrendo le strade del centro storico, si trovano numerosi palazzi signorili di interesse storico come il Palazzo Englen (oggi Tassone), costruito probabilmente alla fine del XVIII secolo. E’ uno degli edifici più imponenti del Borgo, e appartenne alla nobile casata Englen, originaria di Acquaro d’Arena (CZ), che si trasferì a Roccella verso la fine del ‘600, divenendo una delle maggiori esponenti del seggio nobiliare cittadino. L’esterno della costruzione dai toni sobri, desume l’opera di maestranze serresi. Tutte le rifiniture litiche, dal portale alle mensole sono in pietra. La Villa Carafa (oggi Lorenzoni) nasce come aggregazione dell’attigua chiesetta del Priorato Gerosolimitano, probabilmente nel XVII secolo. L’edificio si presenta a due piani. Il piano terra è destinato alla zona di servizio, mentre al piano superiore, cui si accede mediante una scala di granito, sono disposte le camere da letto e i vari saloni. La villa è contornata da un giardino a terrazze.
Oltre ai monumenti, la storia di Roccella la si coglie ancora percorrendo alcuni caratteristici vicoli del Borgo, la parte alta del paese, dove si trovano numerose testimonianze della civiltà contadina (come le tipiche abitazioni, i frantoi, ecc) o visitando i borghi marinari come i rioni Zirgone e Sant’Antonio. Le tradizioni popolari contadine e marinare sono annualmente valorizzate da due feste ad esse dedicate, in cui si rivive l’atmosfera dell’antica Roccella. |
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| Scalea - (Scalea) |
Scalea è uno dei paesi più antichi dell'alto Tirreno Cosentino situato a 109 Km da Cosenza, a 25 m sulla costa tirrenica, alla destra della foce del fiume Lao e conta circa 9000 abitanti. E' il tipico borgo medioevale costiero predisposto per la difesa dalle incursioni. Scalea è sorta durante le lotte tra Longobardi e Bizantini, per il dominio della zona, prima del secolo IX. Scalea come luogo di villeggiatura è stato scoperto dai romani verso il sec. A. Cristo. Lo documentano i numerosi ruderi delle ville romane di epoca imperiale sparsi nella piana e sulle prime alture. I romani costruirono queste ville nei posti più panoramici.
Le lussuose dimore servirono loro, oltre che per la villeggiatura, anche da modello per la costruzione delle ville di Ercolano e Pompei. La magnifica zona prima era la terra degli Enotri. I principali monumenti sono: nel centro storico le testimonianze dell’architettura medievale è il Palazzo dei Principi Spinelli del secolo XIII di proprietà del comune, sede della Biblioteca Comunale e di immensi saloni che custodiscono pregevoli affreschi del Seicento utilizzati per varie manifestazioni culturali.
Il Palazzotto Normanno detto d’ Episcopio (sec. XII) che durante la dominazione angioina divenne una vera e propria fortezza militare e ove vi nacque un importante e illustre personaggio, Ruggero di Lauria. La Torre Cimalonga del secolo XV, costruzione cilindrica di stile aragonese, un tempo carcere mandamentale e ora sede dell’antiquarium che custodisce interessanti reperti archeologici provenienti dagli scavi dell’antica città del Laos. |
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